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06-12-2009

Il diritto alla felicità

Nell’ottobre del 1999, ero con un amico americano, un sociologo di Oxford. Il discorso cadde su quel documento dell’umanità che è la Dichiarazione d’Indipendenza americana. Trovavo straordinario, e lo dissi al mio amico, che nel 1776 un gruppo di uomini illuminati da un “entusiasmo” filosofico e civile, nel redigerlo, concepissero un diritto mai affermato prima: il diritto alla felicità.

“L’uomo ha diritto alla felicità” è una di quelle epigrafi scritte nei cieli, un grido di libertà destinato ad echeggiare per sempre nel concerto universale della storia e nel cuore di ogni uomo. Manifestai apertamente la mia ammirazione per un paese, allora nascente, che era stato capace di concepire un fine così alto e di perenne validità, un asintoto ideale verso cui la storia avrebbe teso all’infinito, per sempre.
Raccontai come da molti anni questa affermazione solenne mi affascinasse e la considerassi uno di quei vessilli innalzato all’unica, vera rivoluzione, la Rivoluzione Individuale: quello sconvolgimento di idee e convinzioni, quello shock del pensiero che può avvenire solo nell’individuo. Rivoluzioni, guerre, rivolte, hanno lasciato tutto com’era e nei secoli dei secoli sono tutte miseramente fallite perché esterne all’uomo.
“L’uomo ha diritto alla felicità” è il vagito di una nuova umanità, un canto più forte di mille peana, capace di far fremere l’immensa assemblea del genere umano e di mettere in marcia milioni di uomini verso la conquista della propria dignità.

L’uomo non è stato maledetto per sempre. Soffrire, invecchiare, ammalarsi e morire non è una condanna ineluttabile e non può più essere accettata come destino comune dell’uomo e sua naturale, ineludibile condizione.
L’uomo ha diritto alla felicità, ecco la visione capace di far saltare dai cardini tutto il vecchio impianto mentale di un’umanità sconfitta, l’idea luminosa capace di riscattarci, darci un fine.
Erano queste le parole che correvano nella casa lucchese con l’amico americano, nell’inverno del 1999. Quella conversazione sarebbe rimasta tale, uno scambio di idee tra amici, se in quella occasione en passant non avessi appreso che quella espressione che credevo coniata da quei legislatori-filosofi capeggiati da Thomas Jefferson e da Benjamin Franklin, non era americana.

“La prima stesura del documento, ancora in bozza, in quel punto recitava: l’uomo ha diritto alla proprietà” - mi disse l’amico - “ma la proposta che era di John Locke non convinse Benjamin Franklin, il padre della Rivoluzione americana, che non ne era soddisfatto”. Lui, solo lui, conosceva l’invisibile completezza di quel documento che, come un corpo, per vivere aveva bisogno di tutti gli organi. E lì mancava l’organo più importante, il cuore.
Fece allora qualcosa di straordinario. Mandò una delegazione in Italia.

Ero affascinato dagli insperati sviluppi di quella conversazione. Stavo percorrendo a ritroso la traccia che poteva condurre all’origine di quell’idea che avrebbe trasformato la felicità, da concetto visionario, da chimerica aspirazione o wishful thinking, a diritto naturale, inalienabile e inviolabile dell’umanità, e della ragione.
Avrei voluto saperne di più. Stavo percorrendo il Nilo alla ricerca delle sue mitiche fonti. Ma il mio amico non sapeva altro se non che quella delegazione aveva con sé la bozza della dichiarazione d’indipendenza di quella nascente nazione e la missione di incontrare chi doveva completarla. Ma chi fossero venuti ad incontrare in Italia, chi avrebbe sostituito l’espressione di Locke con quella scheggia luminosa di intelligenza, non era possibile sapere. Non c’era libro che lo riportasse, né ricerca che l’avesse accertato.

Quel 1999 stava chiudendosi così, lasciando irrisolto quell’affascinante enigma che continuò ad occupare i miei pensieri per i giorni seguenti. Di lì a poche settimane, nel dicembre del 1999, dovetti recarmi a Napoli per attività legate al nuovo ateneo della European School of Economics. In quell’occasione visitai Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Filosofico, e la mostra allestita per il bicentenario della Rivoluzione napoletana; la rivoluzione dei filosofi che doveva condurre al martirio un’intera classe intellettuale tra le più colte ed illuminate d’Europa. Quell’anno la testa pensante di un’intera nazione fu tragicamente recisa e il suo cuore palpitante si fermò per secoli. Appresi che quel palazzo era rimasto chiuso per duecento anni, dal giorno in cui il giovane figlio, fervente seguace delle idee repubblicane, cadde martire di quella repressione. Rivivere la fine di quel sogno di libertà, la recisione del fiore della cultura napoletana ed europea, in quel palazzo dove avevano echeggiato gli ideali repubblicani e le parole di quegli uomini e donne che avevano giurato di voler vivere liberi o morire, provocò una vertigine del pensiero.

Tra le opere esposte mi impressionò uno dei quadri che rappresentava un condannato dal volto nobile, lo sguardo sognante, e alle sue spalle il boia. Senza il particolare del capestro tra le mani di quest’ultimo sarebbero sembrati una coppia di giovani amanti, lascivamente vicini. Vite intrecciate in uno stesso destino che portava l’uno ad essere vittima e l’altro carnefice.
Fu lì che trovai un libriccino di circa 70 pagine, l’ultima pubblicazione dell’Istituto: un omaggio a Gaetano Filangieri e alla sua opera “La scienza della legislazione”. Fu lui l’ispiratore, il legislatore-filosofo, il padre della Rivoluzione che non vide. In quelle stanze erano risuonate le sue idee che ora ritrovavo ancora palpitanti in quelle pagine che avevo tra le mani. L’uomo che aveva saputo essere il Platone di Napoli, che aveva consacrato solennemente allo Stato la sua vita, aveva firmato le “Riflessioni politiche sull’ultima legge del Sovrano”. Apparse nel Settembre del 1774 esse rappresentarono il vero inizio della Rivoluzione napoletana ed il suo manifesto. Quel giorno scoprii l’informazione che mancava al mio amico Americano. Benjamin Franklin aveva inviato il testo della Costituzione a Gaetano Filangieri usando due intermediari di suggestivo valore simbolico: Luigi Pio, diplomatico napoletano a Parigi, sostenitore di Robespierre, e l’abate Leonardo Panzini che aderì alla Repubblica e ne fu rappresentante presso il Direttorio.
Meravigliosamente, le tessere di quel mosaico stavano trovando il loro posto. Fui percorso da un brivido di irrealtà. Allo scadere esatto di due secoli, nel Palazzo Serra di Cassano, mi veniva rivelato il segreto prezioso. I due frammenti di quella storia rimasti separati per centinaia di anni, come i due pezzi di un amuleto, si riunivano proiettando una luce abbagliante.

Ora sapevo che quell’idea era nata dall’intelligenza e dalla passione civile di Gaetano Filangieri, una delle voci più alte della coscienza europea. Benjamin Franklin l’aveva incastonata, come un gioiello, insieme al diritto alla vita e alla libertà, in quella Unanime Dichiarazione dei Tredici Stati Uniti d’America che resterà monumento della speranza dell’umanità di diventare un giorno una specie felice e immortale.
Tra “l’uomo ha diritto alla felicità”, coniato da Filangieri, inserito nel testo dalla Dichiarazione, e “l’uomo ha diritto alla proprietà”, proposto da Locke, passano eternità. L’ascesa che gli USA conosceranno tra le nazioni della terra, la sua capacità di attirare e di assimilare uomini da ogni parte del pianeta, attirati da quel profumo intenso di libertà, the american dream, trovano origine e spiegazione in quel granello di immortalità, in quel seme luminoso inserito nella Dichiarazione. Da questo si sviluppa l’economia e la potenza degli Stati Uniti. Lo slogan diventa più americano della bandiera a stelle e strisce è l’espressione più alta dei principi e della missione di quel paese.

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, nella sua parte più luminosa, ha un padre napoletano. Partita dall’Italia la storia degli Stati Uniti, con la scoperta di Colombo, ritorna all’Italia con Filangieri per il suo atto di nascita, come in un simbolico ritorno al padre che mostra il forte intreccio dei destini dei nostri due popoli.
Non ne avevo mai scritto prima e non potevo trovare migliore occasione della ricorrenza del 4 Luglio per raccontarvelo, sulle pagine de l’Opinione, come tra un gruppo di amici. Sono convinto che quel frammento d’immortalità, penetrato in quel manifesto è la vera origine di ogni benessere di cui l’America ha goduto in tutti questi anni. I segnali di decadenza di quella società sono poi diventati tanti e si sono acutizzati. Quella promessa al mondo, di disponibilità verso i suoi problemi, in una prospettiva di significato universale, capace di abbracciare popoli e civiltà in una visione ampia e dialettica, non si è compiuta. La distruzione delle World Towers dell’11 settembre è soltanto il segno visibile di una lunga degradazione del ‘sogno’ che si è gradualmente trasformato in cupidigia, in volontà di potenza, e non infrequentemente in sfruttamento e sopraffazione.
La conflittualità, la criminalità, un’economia che è una macchina di morte, con al centro l’industria bellica più grande del mondo, vanno in direzione opposta a quei valori di dignità e di libertà indicati dal ‘sogno’.
Quando una società ha un numero di obesi che ha superato di molti punti il 50% non ha bisogno dei talebani per conoscere il sabotaggio e il disastro.

La strage di civili in Afghanistan ha sporcato di sangue la Dichiarazione d’Indipendenza poche ore prima del suo anniversario. E’ un presagio che sarà bene scongiurare più che ignorare.
Filangieri idealista e giurista, ancora crede che la felicità possa arrivare dall’esteerno. Come Rousseaux, crede che il cambiamento delle leggi, la repubblica, la democrazia, la liberalizzazione delle istituzioni politiche e civili, possano portare felicità ai popoli. Rousseaux nella prima pagina del “Contrat Social” osserva che l’uomo parla sempre di libertà “ma dovunque volgo lo sguardo lo vedo in catene”.
Ignorava che la felicità è possibile solo all’individuo. Solo chi ha sconfitto in sé la logica conflittuale, le forze opposte che da sempre si combattono nel cuore di ogni uomo ha diritto alla felicità. E solo un uomo felice può cambiare l’economia e portare guarigione ai millenari problemi del mondo.

Testimonianze

Benedetta Amadi

A soli 27 anni nella capitale mondiale della comunicazione, per guidare l'ufficio stampa di un'agenzia globale di pubbliche relazione del fashion. "In realtà é da 5 anni che lavoro a New York - racconta Benedetta Amadi (foto) - ma é da meno di un mese che sono a capo, nella sede della Grande Mela, dell'ufficio stampa di Karla Otto, l'agenzia Pr di moda". Benedetta...

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